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sabato 3 novembre 2012

L'impresa di Carlo Pisacane

Cari ragazzuoli, nonostante abbia appena finito di correggere i vostri temi per casa e sia perciò pesantemente arrabbiata nei vostri confronti (sembra che non abbiate mai scritto lettere in vita vostra! Sempre i soliti errori!), aggiungo un post a questo blog, il quale si presenta un po' fiacchino, però. Siamo a ben 3-4 persone che hanno commentato, su una classe di 25...e siete pure in vacanza! A proposito di vacanza, dite pure a Filippo che se lunedì non porta un bell'articolo da attaccare al cartellone, sa quello che lo aspetta!
Ma veniamo a noi. Vi ricordate le imprese mazziniane? Tutte quelle rivolte finite con la morte dei giovani che, infiammati dalle idee di Mazzini, ma assolutamente impreparati e senza l'appoggio del popolo, tentavano di ribaltare i regimi italiani? Avevamo accennato alla più famosa di queste imprese, quella di Carlo Pisacane, e vi avevo "declamato" un paio di versi di una famosa poesia a lui dedicata. Eccola: si intitola "La spigolatrice di Sapri" (10 punti a chi mi saprà dire cos'è una spigolatrice XD) ed è di Luigi Mercantini. Per la cronaca, gli occhi azzurri e i capelli biondi sono quelli di Carlo Pisacane.
Le testimonianze anche letterarie del periodo che stiamo studiando (e che studieremo) sono tante, ma purtroppo per voi è anche un periodo storico in cui il linguaggio, il lessico, la sintassi sono particolarmente roboanti (v. vocabolario) e aulici (ok, tenete il vocabolario sotto mano). Spero comunque che riusciate a cogliere la passione che gli uomini del tempo misero nelle loro imprese, per il bene della nazione. Inoltre, qualche documento in più, in vista anche degli esami, non guasta mai...

La Spigolatrice di SapriEran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Me ne andavo un mattino a spigolare
quando ho visto una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore,
e alzava una bandiera tricolore.
All’isola di Ponza si è fermata,
è stata un poco e poi si è ritornata;
s’è ritornata ed è venuta a terra;
sceser con l’armi, e noi non fecer guerra.
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra,
ma s’inchinaron per baciar la terra.
Ad uno ad uno li guardai nel viso:
tutti avevano una lacrima e un sorriso.
Li disser ladri usciti dalle tane:
ma non portaron via nemmeno un pane;
e li sentii mandare un solo grido:
Siam venuti a morir pel nostro lido.
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro
un giovin camminava innanzi a loro.
Mi feci ardita, e, presol per la mano,
gli chiesi: – dove vai, bel capitano? -
Guardommi e mi rispose: – O mia sorella,
vado a morir per la mia patria bella. -
Io mi sentii tremare tutto il core,
né potei dirgli: – V’aiuti ‘l Signore! -
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Quel giorno mi scordai di spigolare,
e dietro a loro mi misi ad andare:
due volte si scontraron con li gendarmi,
e l’una e l’altra li spogliar dell’armi.
Ma quando fur della Certosa ai muri,
s’udiron a suonar trombe e tamburi,
e tra ‘l fumo e gli spari e le scintille
piombaron loro addosso più di mille.
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Eran trecento non voller fuggire,
parean tremila e vollero morire;
ma vollero morir col ferro in mano,
e avanti a lor correa sangue il piano;
fun che pugnar vid’io per lor pregai,
ma un tratto venni men, né più guardai;
io non vedeva più fra mezzo a loro
quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro.
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

mercoledì 31 ottobre 2012

La storia dà sempre spunti!

Quando devo preparare le lezioni di storia, tendo semprea  perdermi un po', perchè le cose da dire e da approfondire sarebbero veramente moltissime, soprattutto per quanto riguarda la storia contemporanea, quella che trattiamo quest'anno. Infatti credo si veda anche dalle lezioni, che sforano sempre l'ora!
La settimana scorsa, quando abbiamo parlato della resistenza di Brescia ("la leonessa d'Italia") e della peste che colpì Venezia, proprio al termine della 1a guerra d'indipendenza, che la costrinse ad arrendersi agli austriaci, come al solito mi viene in mente un lontano ricordo di scuola: alle elementari la maestra ci aveva fatto imparare a memoria una poesia (vi ricorda qualcosa?) e un mio compagno si era "esibito" in una vera e propria declamazione stile Vittorio Gassman (non sapete chi era??!?), alle ELEMENTARI! 
La poesia in questione trattava dell'agonia di Venezia, ma non me la ricordavo più, così ho fatto una ricerchina e...eccola qui! Si intitola "Ode a Venezia" o "L'ultima ora di Venezia" ed è di Arnaldo Fusinato. Inutile dire che io e i miei compagni ci siamo sbellicati dalle risate, mentre la maestra era estasiata!

Ode a Venezia
Arnaldo Fusinato
(poeta e patriota - 1817-1889)
E' fosco l'aere, il cielo è muto,
ed io sul tacito veron seduto,
in solitaria malinconia
ti guardo e lagrimo, Venezia mia!
Fra i rotti nugoli dell'occidente
il raggio perdesi del sol morente,
e mesto sibila per l'aria bruna
l'ultimo gemito della laguna.
Passa una gondola della città.
"Ehi, dalla gondola, qual novità ?"
"Il morbo infuria, il pan ci manca,
sul ponte sventola bandiera bianca!"

No, no, non splendere su tanti guai,
sole d'Italia, non splender mai;
e sulla veneta spenta fortuna
si eterni il gemito della laguna.
Venezia! L'ultima ora è venuta;
illustre martire, tu sei perduta...
Il morbo infuria, il pan ti manca,
sul ponte sventola bandiera bianca!
Ma non le ignivome palle roventi,
nè i mille fulmini su te stridenti,
troncaro ai liberi tuoi dì lo stame...
Viva Venezia! Muore di fame!

Sulle tue pagine scolpisci, o Storia,
l'altrui nequizie e la sua gloria,
e grida ai posteri tre volte infame
chi vuol Venezia morta di fame!
Viva Venezia!
L'ira nemica la sua risuscita

virtude antica;
ma il morbo infuria, ma il pan le manca...
Sul ponte sventola bandiera bianca!
Ed ora infrangasi qui sulla pietra,
finchè è ancor libera, questa mia cetra.
A te, Venezia, l'ultimo canto,
l'ultimo bacio, l'ultimo pianto!
Ramingo ed esule in suol straniero,
vivrai, Venezia, nel mio pensiero;
vivrai nel tempio qui del mio core,
come l'imagine del primo amore.
Ma il vento sibila, ma l'onda è scura,
ma tutta in tenebre è la natura:
le corde stridono, la voce manca...
Sul ponte sventola bandiera bianca!